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Voto elettronico. Estonia, Brasile... e gli altri?

20 maggio 2014

Il 25 maggio 2014 si vota per le elezioni europee e da qualche anno, in occasione di questi eventi, torna la questione del voto elettronico: chi lo vorrebbe e chi no. Entrambi gli schieramenti portano a loro vantaggio il fattore sicurezza. Cosa possiamo dire oggi?
Posto che occorre distinguere tra voto elettronico (raccolta di voti in senso “istituzionale”) e raccolta del consenso online (noto anche come sondaggio), diciamo subito che il primo in Italia non è ancora possibile, anche se c’è stato qualche tentativo a livello locale, ad esempio in Trentino nel 2006, mentre sulla raccolta di consensi vi sono stati recenti episodi non scevri da dubbi sul risultato effettivo e sul suo utilizzo concreto.

Voto elettronico. Estonia, Brasile... e gli altri?La nazione più avanzata da questo punto di vista è l’Estonia (sì, non gli Usa!). In questa piccolissima nazione baltica il governo ha fornito alla popolazione una carta d'identità digitale che permette l'accesso a un gran numero di servizi, tra cui anche il voto elettronico.
Attraverso un software cifrato a 2048 bit, i cittadini hanno la possibilità di votare stando comodamente seduti nel salotto di casa propria. Per gli estoni, qualsiasi documento firmato con la carta d’identità digitale equivale a un documento cartaceo e quindi questo vale anche per la scheda elettorale. Il voto avviene dunque via Internet.

Un esperimento di questo tipo è in vigore anche nello stato delle Hawaii, dove nel 2009 si sono tenute le prime elezioni completamente digitali per il rinnovo dell'amministrazione di Honolulu: ogni elettore ha un codice con il quale accedere a un sito in cui esprimere la propria preferenza.
Dal 2014, per la prima volta, anche Google e Facebook hanno consentito ai votanti di usare le relative credenziali per autenticarsi al sistema elettorale.

In altre nazioni il voto elettronico non avviene via Internet ma occorre dotarsi di un hardware. Ad esempio un sistema di questo tipo è utilizzato già dal 1996 in Brasile. In questo caso, gli elettori utilizzano un dispositivo dotato di schermo e tastiera in modo che per votare sia sufficiente digitare il numero del candidato. Al termine si ottiene una ricevuta che conferma l'avvenuta votazione.

Al di là della disomogeneità dei sistemi in fase di sperimentazione, le perplessità sulla sicurezza del voto elettronico sono molte: innanzitutto la presenza di software proprietario di aziende private, che spesso non viene reso disponibile.
Inoltre, mentre nel sistema convenzionale bisogna alterare fisicamente le schede, “il rischio che si corre utilizzando un sistema online è che un malintenzionato riesca a modificare facilmente un gran numero di voti memorizzati”, ha detto David Wagner della Università di Berkeley.

E gli scetticismi non sono del tutto infondati. Nel 2010, il District of Columbia ha voluto mettere alla prova il sistema digitale utilizzato per l'elezione del consiglio scolastico, invitando gli hacker ad aggirare la sicurezza e modificare a posteriori l'esito delle votazioni. Detto, fatto: Alex Halderman, esperto di informatica della University of Michigan, in sole 36 ore è riuscito a far eleggere il robot Bender (un personaggio di Futurama) come presidente del consiglio scolastico. Halderman sostiene che in uno scenario più vasto, come quello delle elezioni presidenziali, i rischi sarebbero ancora maggiori: “Resistere ad attacchi quando si ha a che fare con sistemi informatici che coinvolgono l'intero Paese è qualcosa che ancora non sappiamo fare bene”.

Nonostante queste perplessità, i sostenitori del voto online affermano che i vantaggi di tale sistema (sorprendentemente, ma forse non più di tanto, i sondaggi hanno mostrato che a essere più interessati sono gli anziani, nonostante la scarsa dimestichezza con la tecnologia: il dato è probabilmente dovuto all'attuale svantaggio di doversi recare fisicamente alle urne) siano molto superiori agli sforzi da compiere per garantire uno standard di sicurezza elevato ed efficace.
Per fare questo occorre avere una legislazione adeguata ed effettuare scelte tecnologiche avanzate.

Su quest’ultimo punto entrano in gioco gli hacker. Ebbene sì, è fondamentale per garantire il corretto funzionamento del voto online, testare ogni possibile variabile in campo e dunque un costante hacking del software è necessario. Per fare un esempio, analizzando il codice sorgente utilizzato dal governo Estone, è stato possibile riscontrare diverse falle del sistema; la stessa cosa è successa in Brasile e nel già citato caso del District of Columbia. Dove questo approccio non è stato seguito, i dubbi di legittimità sono molto concreti.

Facciamo nostre a questo punto le conclusioni di Giovanni Ziccardi, giurista e scrittore:
1. Un sistema di voto elettronico, o di raccolta del consenso online, che sia (e si dica) democratico, non può essere oscuro in nessuno dei suoi passaggi, dal primo atto all’ultimo. Un sistema oscuro non garantirà mai che il risultato del voto sia il reale esito della volontà dei votanti.
2. I rischi non vengono dagli hacker. I rischi in un sistema oscuro vengono dai poteri degli amministratori, dalla doppia o multipla votazione consentita da difetti del sistema, dalla possibile ingerenza di chi ha sviluppato un software chiuso, dalla mancanza di un controllo della qualità del software.
3. Gli hacker che nel mondo testano, attaccano, verificano i sistemi per il voto e per la raccolta di sondaggio, fanno un bene alla comunità. E vanno ringraziati. Mantengono alto il livello di guardia sulla qualità necessaria di questi sistemi, che devono sempre essere considerati sistemi critici perché in grado di influenzare direttamente una parte politica fondamentale della nostra società.
4. Essendo un sistema critico, il meccanismo di voto o di consenso deve essere trasparente o, comunque, essere sottoposto a una procedura di hardening durante la sua fase di sviluppo per verificarne le vulnerabilità.
5. Ogni sistema elettronico deve prevedere un backup fisico di sicurezza dei voti e delle operazioni, prima e dopo il voto. Ciò consente anche la registrazione e stampa dei voti, ad esempio, nel caso vi siano contestazioni, per poi effettuare un confronto o un report finale da rendere pubblico che mostri la procedura.

E voi cosa ne pensate? Sicuramente per queste elezioni europee continueremo con la scheda elettorale cartacea, ma per il 2019 cosa preferireste?

 

Like, view, follower... numeri reali o digitali?

7 maggio 2014

Da tempo ormai, soprattutto in un settore come il nostro, ci si chiede quanto siano importanti i numeri del web: ad esempio, dei miei follower quanti fanno effettivamente parte del mio ambito commerciale, cioè quanti effettivamente incrementano le vendite?
Alcune notizie fanno pensare che ancora ci sia molta differenza tra numeri reali e digitali.

The rapid rise of digital musicNiente di scientificamente o statisticamente attendibile, ma se ci divertiamo a leggere alcuni numeri forse possiamo provare a sostenere che il marketing (in senso lato) non può essere un'attività per principianti: le sue regole sono ancora valide, anche su Internet, e tutto deve concorrere a realizzare un insieme di attività utili a far conoscere e soprattutto apprezzare il prodotto che vendiamo. Possiamo dire che (fortunatamente!) la qualità è ancora infinitamente più importante della notorietà social, anche se questa può aiutare a capire qual è la qualità che cerchiamo. A patto di non prendere i numeri digitali come unico riferimento di un successo.

Vediamo alcune analisi che si possono incontrare in rete.
In questi mesi, tra gli addetti del mondo della musica si accavallano le voci e le speculazioni sulle sorti della carriera di Lady Gaga, che pare essere entrata in una fase decisamente calante. Nel web la popstar presenta indicatori di popolarità e di "like" elevatissimi: 41 milioni di followers su Twitter, 65 milioni di like sulla pagina Facebook. Eppure questo consenso virtuale oceanico si è tradotto "solo" in 258 mila copie vendute dell'ultimo album ArtPop nella prima settimana negli States.
Il rapporto tra copie vendute e like su Facebook è dunque di circa una ogni 250 like.
Si dirà che Lady Gaga ha un consenso social che va al di là della sua vera o presunta bravura musicale, perché spesso ciò che fa parlare di sè non è tanto la sua capacità vocale quanto la sua attenzione alla provocazione e allo scandalo mediatico.
Vero, ma anche tra i cantanti cosiddetti di nicchia si trovano numeri similari.
Sebastian Bach, cantante della metal band Skid Row, in un'intervista radiofonica si è lamentato della scarsa percentuale di fan su Facebook che hanno acquistato il suo recente album solista. Nella prima settimana nei negozi, negli Stati Uniti il disco ha venduto circa quattromila copie. Dice Bach: “Ho più di 800.000 like sulla mia pagina Facebook, persone che leggono ogni parola che scrivo e ieri erano in 75/80 mila a parlare del disco. Voglio ringraziare i 5000 che hanno comprato l'album, ma vorrei chiedere agli altri 795.000: perché state sulla mia pagina? Per guardare le fotografie? Basta saperlo: se è quello che volete, caricherò più fotografie". Anche qui dunque siamo intorno ai 200 dischi per ogni like (fonte: Luca Castelli).

Come dicevamo, nulla di scientificamente dimostrabile, solo qualche esempio numerico su cui soffermarsi per provare a trarre non una conclusione ma un'idea che ci piace sia sempre valida: è ancora una volta la qualità del prodotto a fare la differenza.

Infatti, e qui veniamo ad un'altra analisi possibile, nella realtà molti fenomeni musicali sono frutto di un successo nato precedentemente sui social. Sono infatti diverse le case discografiche che misurano il successo di nuovi potenziali artisti su Facebook e YouTube e offrono contratti importanti proprio a coloro che dimostrano di avere già un pubblico affiatato. Tanto per citare qualche nome diventato famoso prima sui social e poi sul mercato: Avicii e Lily Allen.

Qualcuno dirà che la disponibilità di musica on-line abbia fatto chiudere molti negozi di musica e diminuire le vendite del prodotto. Secondo il report pubblicato recentemente dalla IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) le vendite ufficiali di musica digitale nel mondo dal 2004 al 2013 sono cresciute da 0,4 a quasi 6 miliardi di dollari. E' quindi forse vero che se il settore musicale è ancora florido lo si deve anche alla disponibilità di musica digitale scaricabile legalmente, probabilmente perché nuovi media generano nuovi consumi.

In conclusione: Lady Gaga e Sebastian Bach producono musica scadente, mentre Lily Allen ottima? Giudicate voi...
Certo è che, come dicevamo, la qualità porta sicuramente ad alti numeri "social"; il contrario non si può dire.

 

Nokia diventa Microsoft Mobile

25 aprile 2014

Ora è ufficiale: dal 25 aprile 2014 l'Europa non ha più il suo costruttore di telefoni e apparecchi mobili. Il marchio finlandese Nokia va in pensione e lascia il posto a Microsoft Mobile. Microsoft ha annunciato di aver completato tutti i passi necessari per finalizzare l’acquisizione. Dal 25 aprile prossimo dunque, la divisione Devices and Services di Nokia diventerà ufficialmente parte a tutti gli effetti della famiglia di Bill Gates.

Paniere IstatMicrosoft ha acquisito Nokia per 5,44 miliardi di dollari e, almeno per ora, mantiene in piedi la struttura organizzativa con Stephen Elop come capo, mentre il marchio Nokia rimarrà in vita solo per la divisione che si occupa di infrastrutture per la banda larga mobile, per quella che sviluppa le mappe Here e per la nuova unità che si occupa di nuove tecnologie.

Un processo di acquisizione lungo (iniziato ufficialmente nel settembre 2013), che ha richiesto molto tempo per essere definito in ogni dettaglio. Sia Microsoft che Nokia hanno infatti chiesto ed ottenuto l’approvazione da parte delle authority di 15 mercati nei cinque continenti, tra cui la Commissione Europea e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Ma adesso tutto è stato risolto e Microsoft può finalmente completare l’acquisizione di Nokia, che significa poter diventare a tutti gli effetti produttore di smartphone con la possibilità di poter disporre anche del marchio Lumia.

Inglobando sotto la propria struttura tutte le attività di Nokia, Microsoft si accolla tutte le attività di distribuzione e assistenza di telefoni cellulari e smartphone a marchio finlandese. Da questi punti di vista è presto per capire cosa succederà. Certo, la tendenza che vuole un incremento delle vendite di smartphone sul mercato libero, ovvero non legati ai contratti degli operatori telefonici, va tutta a vantaggio di Microsoft.  Se, infatti, la casa di Redmond possiede una struttura consolidata che opera sul canale distributivo e presso le aziende, nulla si può dire sull’affidabilità della assistenza sulla telefonia. Ma, anche qui, la tendenza a sostituire piuttosto che aggiustare il terminale guasto aiuterà Microsoft.

Lo sapevate che... Nokia è il nome del fiume in riva al quale nel 1865 l'ingegnere minerario Knut Fredrik Idestam creò una segheria i cui impianti per la lavorazione del legno e della cellulosa sfruttavano la corrente del corso d'acqua. All'inizio del XX secolo, un'impresa leader nella fabbricazione di stivali in gomma venne attratta dall'energia prodotta in riva al fiume. La Società Finlandese della gomma stabilì i suoi insediamenti produttivi nelle vicinanze e iniziò ad usare Nokia come marchio di fabbrica. Poco dopo la Prima guerra mondiale la Società finlandese della gomma, diventata la più importante fornitrice di stivali per l'esercito, acquistò l'impianto per la lavorazione del legno e nel 1922 le due società entrarono in una holding con la principale industria nazionale di cavi per il telefono ed il telegrafo. Le tre realtà si fusero nel 1967, costituendo l'odierna Nokia [fonte: Wikipedia].

 

L'importanza dei contenuti: chi li crea, chi li legge, come vengono offerti al pubblico. Da un caso 'giornalistico' emerge la direzione che sta prendendo la comunicazione online

19 marzo 2014

La direzione, a dire il vero, è stata già imboccata da un certo lasso di tempo e gli addetti ai lavori ormai lo ripetono in modo costante. Per avere successo online, visibilità, credito, bisogna concentrarsi sull'offerta dei contenuti.
Originali, coinvolgenti, capaci di suscitare emozioni e suscitare dibattito.

L'importanza dei contenuti: di chi li crea, di chi li legge, di come vengono offerti al pubblicoNon solo. Grande valore - specie per Google - sta anche nel come tali contenuti vengono proposti al pubblico.
Perché deve esserci semplicità nella fruizione, nel reperire subito il dato utile che l'utente ha cercato, nell'interazione...

Ultimamente, per arrivare al cuore dell'utente finale e conquistarlo per sempre, una certa importanza viene assegnata anche a chi questi contenuti li crea. Sempre di più, il suggerimento che arriva dalla rete dice che l'improvvisazione va bandita perché assolutamente controproducente e occorre invece affidarsi a una penna professionale. Prima ancora del contenuto, va pesato il valore di chi lo scrive.

"People first" è appunto la prima lezione che possiamo ricavare da un geniaccio come Pierre Omidyar, creatore di eBay e ora fondatore della First Look Media, una compagnia multimediale che si prefigge di rinnovare il giornalismo guardando però all'esperienza del passato e mettendo le persone al primo posto.
Uno spirito pionieristico dal gusto retrò che, oltre ad avere i lettori come obiettivo, guarda alla centralità dell'autore: non a caso Omidyar si è accaparrato alcuni dei giornalisti più influenti a livello internazionale per la prima testata online nata dalla First Look, The Intercept. E questa si è imposta come media attendibile nel giro di un mese dalla sua comparsa.

Cosa altro ha decretato il successo di The Intercept? Sicuramente la facilità di accesso e lettura dei contenuti.
Specializzazione su un tema specifico, poche sezioni, integrazione equilibrata tra immagini, testi e video (guarda un esempio di post). Semplicità e pulizia grafica nella presentazione di articoli di grande interesse sono state ripagate da una notevole partecipazione del pubblico (il sito conta già una media di 250 commenti a post).

Non sappiamo se Omidyar riuscirà a cambiare le sorti del giornalismo, ma ci torna utile studiare gli elementi di successo della sua comunicazione online, prendendo spunto da come ha saputo miscelare tre elementi fondamentali per conquistare il suo pubblico: chi, cosa, come. Punti cardine che dobbiamo sempre avere in mente pensando ai contenuti del nostro sito, di qualunque natura esso sia.

Guarda il video della First Look Media: http://vimeo.com/85162918
Leggi un'altra fonte: http://www.linkiesta.it/giornalismo-uomini-robot

 

Dalla madapolam ai phablet…

3 marzo 2014

Ogni anno l’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) rivede i criteri di calcolo utilizzati per le proprie rivelazioni riguardanti l’inflazione. Quello che si chiama paniere della spesa è sempre stato un indice abbastanza rappresentativo di ciò che le famiglie italiane comprano e utilizzano nella loro quotidianità.

Paniere IstatNell’ultima variazione tra gli altri prodotti (nel paniere se ne contano 1447) sono usciti i costi per la riparazione dei computer (si conferma la tendenza a buttare più che a riparare, nonostante la crisi) e sono entrati l’abbonamento al quotidiano on-line, la fotocamera large-sensor e il notebook ibrido.

Un occhio di riguardo alle nuove tecnologie, dunque, lo mette anche l’Istat che necessariamente fa i conti con i nuovi arrivi sul mercato dell’elettronica: già negli anni scorsi, ovviamente, entrarono ad esempio smartphone, tablet e phablet.

Il paniere dell’Istat è uno spaccato della società italiana: al di là delle polemiche che ciclicamente ritornano sulla sua composizione che per qualcuno è poco rappresentativa dei veri costi sostenuti dalle famiglie, sfogliandoli tutti dal 1928 ad oggi si possono vedere quali sono stati i servizi e i prodotti che hanno accompagnato la vita quotidiana dei nostri nonni e dei nostri padri e confrontarla con la nostra.

Se quindi un vostro avo si lamenta con voi perché non sa e non capisce cosa sia uno smartphone o come funziona My Sky e voi rispondete anche un po' infastiditi, pensate che lui potrebbe chiedervi se sapete cosa sia la madapolam per biancheria o il drap nero e il cheviottes per uomo o se avete mai assaggiato il cremor di tartaro… chi di voi saprebbe rispondergli?

 

Due strade per un unico obiettivo: l'utente finale

24 febbraio 2014

Nella guerra tra colossi della rete per sedurre fino all'ultimo iscritto/fan/seguace, vanno delineandosi le diverse strategie di Palo Alto e Mountain View.

Google e Facebook, due strategie diverseFacebook punta a soddisfare il bisogno di contatto immediato e di condivisione dell'esperienza emotiva (vedi acquisizione di Instagram e WhatsApp) delle persone, mentre Google, in difetto su questi temi per oggettiva mancanza di appeal, si concentra sulla tecnologia per migliorare continuamente l'esperienza utente nel campo della ricerca di informazioni.

Mentre FB elargisce miliardi di dollari per accaparrarsi il servizio di messaggistica più usato del momento, il motore di ricerca da una parte compra una società israeliana che sviluppa sistemi di autenticazione vocale e dall'altra lancia Project Tango, il 3D negli smartphone.

Per approfondimenti:
Basterà un "suono" per accedere a Google?
Google Project Tango

 

Video HD: Lascia (il tuo televisore) & Raddoppia (la definizione)

14 febbraio 2014

HD (High Definition), Full HD, Blu Ray... Sigle recenti, con risonanze di futuro, che però potrebbero improvvisamente diventare parte del passato. A mandarle in pensione pare che provveda il 4K, o Super HD, nuovo standard di risoluzione per la televisione e il cinema digitali.

Codec vp9 super hd video 4kTutto nasce dalla volontà di YouTube di arrivare a distribuire contenuti video ad alta qualità direttamente sui televisori di casa, e dallo sviluppo da parte di Google (proprietario di YouTube) di un nuovo codificatore/decodificatore video (in gergo: codec) denominato VP9, pensato proprio per consentire una maggiore compressione, e quindi trasmissibilità, di video ad alta risoluzione. Ora Google ha deciso di rendere disponibile in modo aperto questo codec, già utilizzato su YouTube per la visualizzazione in grande formato di alcuni contenuti video.

La sigla "4K" significa "4 kilo", ovvero quattromila, che sono all'incirca i pixel orizzontali di risoluzione. Da notare che fino ad ora i formati video erano identificati dal numero di pixel in verticale (720 per l'HD, 1.080 per il Full HD).

Per intenderci, la vecchia TV con sistema "PAL" offriva immagini larghe 768 pixel e alte 576, mentre i televisori "HD ready" arrivavano a 1.280 x 720, e gli apparecchi "full HD" al formato di 1.920 x 1.080.

Bene, con il 4K questi numeri semplicemente raddoppiano sia in altezza che in larghezza. Il numero di pixel di questo formato è infatti 3840×2160.

La cosa interessante è che in realtà a beneficiare di questo balzo avanti non saranno soltanto i pochi (almeno inizialmente) possessori di schermi in grado di visualizzare questa risoluzione. Perché il codec VP9, grazie all'algoritmo di compressione particolarmente efficiente (pensato appunto per il 4K), essendo in grado di ridurre il peso dei dati trasmessi, regalerà maggiore velocità a tutti i video, anche quelli con definizione inferiore, rendendo più agile lo streaming anche per chi deve fare i conti con connessioni lente.

Una tecnologia nata per accontentare esigenze sofisticate di utenti d'elite potrebbe dunque rivelarsi utile proprio per il segmento opposto del mercato, quello degli utenti penalizzati dal "digital divide" a causa di infrastrutture di connettività deboli o da collocazioni geografiche marginali, che potrebbero finalmente migliorare in modo significativo la loro fruizione di contenuti video su web.

Per approfondimenti:
http://gigaom.com
http://www.tomshw.it

 

Ad ognuno il suo social? Ora non è più così.

5 febbraio 2014

Il 4 febbraio 2004 Facebook nasceva ad Harvard. Dunque sembra godere di ottima salute, ma solo poco tempo fa la notizia della sua prossima fine ha fatto il giro del mondo in un istante. Naturalmente il colosso americano dei Social Networks non ha tardato a prendere le contromisure: ha allestito un ironico post in cui dimostra che sarà invece l’Università di Princeton (che ha tentato di dimostrare scientificamente il declino di FB) a chiudere miseramente i battenti.

La mappa dei social networkValutazioni scientifiche o pseudo tali a parte, è innegabile che sia tutto il mondo dei social ad avere conquistato numeri sempre maggiori di utenti. Soprattutto, se vogliamo restare nella similitudine delle epidemie, l’influenza è esplosa con molta virulenza negli anni scorsi ma ora i vari ceppi conosciuti si sono ridotti notevolmente: la febbre resta alta, altissima, ma l’origine della malattia è ora riconducibile a poche cause.

Fuori di metafora, se nel giugno del 2009 erano recensiti più o meno 17 social network principali e quasi ogni gruppo linguistico o culturale ne aveva uno (ricordate Orkut in Brasile? O Zing in alcune aree asiatiche?), ora ne possiamo annoverare 5 tra i maggiormente utilizzati: Facebook, ovviamente, il più utilizzato in tutto il Continente Americano, in Europa, in Oceania e in buona parte degli stati Africani; V-Kontakte e Odnoklassniki per la Russia; Q-Zone in Cina; Cloob in Iran (fonte: http://vincos.it/world-map-of-social-networks/).

Più che la similitudine delle epidemie, forse calza meglio quella dei vasi comunicanti: nell’infografica di vincos.it è evidente l’espansione territoriale di FB, fermata solo da differenze culturali che paiono ad oggi insormontabili.
Basterebbe questa espansione per dire che Facebook ha sbaragliato la concorrenza e che non chiuderà a breve: più facile pensare ad una sua continua trasformazione, seguendo le richieste e le propensioni dei suoi iscritti e la velocità delle nuove evoluzioni in questo ambito.
Vanno in questa direzione sia Facebook Messenger, applicazione di messaggistica istantanea rilasciata a fine 2013, che promette di fare meglio di WhatsApp e Hangouts, che Facebook Paper, la nuova app che vuole essere una risposta alla domanda crescente di informazione tagliata su misura.

Siamo condannati a servirci solo dei colossi? Per ora, in attesa di qualche nuova geniale intuizione...

 

Cresce l'amore per la fotografia fai-da-te e per #Instagram tra tutti i social.
Il declino di Facebook è inarrestabile?

24 gennaio 2014

Il 2013 si chiude con qualche segnale di allarme tra i colossi dei Social Network.
La Global Web Index, una delle maggiori aziende di ricerche di mercato per il “digital consumer”, ha illustrato con l’immancabile infografica il trend dei social network nel mondo, considerando i cosiddetti utenti “attivi”, cioè quelli che postano, twittano e pinnano almeno una volta al mese.

Instagram cresce (by Global Web Index)Dalla ricerca emerge come il social con la crescita percentuale maggiore negli ultimi sei mesi del 2013 sia stato Instagram, cresciuto del 23%, arrivando così a oltre 90 milioni di utenti attivi. Crescita a due cifre anche per Reddit (social news ancora poco conosciuto in Italia: lo sarà mai?), con un +13%, e via via tutti gli altri con crescite più contenute.
Ultimo in termini di variazione percentuale, con una diminuzione del 12%, è Myspace che ovviamente sta pagando l’età avanzata. Lo ricordate? Non c’era ancora Fb!

A proposito: e Facebook?
Beh, un social che ha raggiunto e superato la soglia del miliardo di utenti attivi, può continuare a crescere con i ritmi dei mesi scorsi? Evidentemente no, se è vero che nell’ultimo semestre del 2013 ha avuto un calo del 3%, così’ come è avvenuto per l’altro “big-social”, Youtube.

Si sta forse avverando la previsione che presto anche Facebook sparirà, un po’ come succede per i virus che prima o poi vengono debellati?
C’è chi ha preso la cosa seriamente: tra questi l’antropologo inglese Daniel Miller dell’University College di Londra e anche un paio di ingegneri aerospaziali dell’Università di Princeton, che sostengono con curve analitiche e calcoli matematici che il social per eccellenza chiuderà i battenti nel 2017.

Può darsi. Noi siamo comunque sicuri che, anche succedesse, ci sarà un social 3.0 al suo posto.
E voi cosa ne pensate?

 

La difficile arte dei post su #GooglePlus

16 gennaio 2014

Ho qualcosa da dire. Ma a quanti piacerà? Quanti lo vorranno condividere?
La risposta sta nel come e nel cosa si dice.

International CES 2014Il come è importante perché va differenziato a seconda dei canali su cui il messaggio è diffuso. Dal sito al blog, da social a social: ogni diverso canale deve avere il suo stile comunicativo differente.

Il cosa è importante sempre, su tutti i canali: "content is king" oggi più che mai.

Parliamo di Google Plus, il social del colosso di Mountain View, ancora poco amato dalla maggioranza degli italiani che gli preferisce Facebook, ma che sta entrando nel cuore degli addetti ai lavori.
Grazie alle cerchie d'interesse è lo strumento ideale per una comunicazione di tipo più tecnico, dove ci si possa dilungare parlando di argomenti anche impegnativi con amici che abbiano basi comuni.

Ma possiamo anche, in poche righe, creare un post di successo che possa riscontrare un consenso elevato in breve tempo.
Come?
Seguendo l'esempio di Francesco De Nobili, docente del corso "Comunicazione e Web" alla facoltà di Scienze della Comunicazione Pubblica e Socialedell'Università di Bologna.

In un post del 3 gennaio, sull'onda emotiva creata dall'incidente a Schumacher di cui è fan, ha condiviso con le sue cerchie un metodo interessante per seguire su Google le condizioni del campione nelle notizie dell'ultimo minuto.

I +1 al post sono stati 77 e le condivisioni 37, ha dunque raggiunto numeri più che ragguardevoli.
Perché?
Perché segue 3 semplici regole (più una):
1. E' attuale: parla di un avvenimento "caldo" (Schumacher), caro a molti, che suscita la curiosità anche di chi non segue direttamente l'argomento.
2. Fornisce un'informazione utile: il codice &tbs=qdr: da apporre nell'url di Google può essere usato sempre e da chiunque per qualsiasi argomento d'interesse.
3. E' generoso: una nozione personale, appresa per studio o necessità o caso, viene regalata alla comunità perché tutti ne possano usufruire liberamente.

La quarta regola?
La brevità. Anche se, come abbiamo detto, in Google+ non è una condizione del tutto indispensabile rispetto ad altri social.

In ogni caso, pochi step per più chance di successo.
Provare per credere: https://plus.google.com/100223936862381166888/posts/dXAXXN1t1QM

 

Anche nell'Hi-Tech si affermano le "curve": cosa useremo nel futuro?

14 gennaio 2014

Diverse risposte le ha fornite l'appena concluso CES 2014, la manifestazione mondiale dedicata alle nuove tecnologie che quest'anno ha "messo in piazza" 3.200 espositori e un numero impressionante di innovazioni, alcune davvero da capogiro.

International CES 2014Una tendenza sicura è che vanno di moda le curve, come dimostrano le TV OLED della LG (completa di batteria arcuata contenuta dello schermo) o la TV UHD targata Samsung.

Le curve tornano anche nella tecnologia da indossare, dall'ultimo modello degli ormai attesissimi Google Glass agli occhiali 3D MoveEye della Tarsier che consentono interazione diretta con lo schermo fino a vari tipi di smartwatch per il controllo del fitness e molto altro ancora.

E poi: tutte le novità Panasonic - dai tablet alle macchine fotografiche - con impiego della nuovissima risoluzione 4K; il RealSense della Intel la prima fotocamera 3D da incorporare a desktop, laptop, tablet, ecc, capace di offrire una scansione 3D stampabile degli oggetti; la prima auto da corsa elettrica di Formula E...

Insomma, l'elenco sarebbe ancora lungo e ricco di scoperte sorprendenti. Parleremo ancora di alcune tra queste novità nei prossimi post. Nel frattempo potete approfondire quanto è stato presentato al CES 2014 qui o sul sito ufficiale della manifestazione.

Come si dice: il futuro è adesso.

 

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